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“Oggi siamo tutti calabresi e sbirri” – E’ così che Don Luigi Ciotti interviene durante il corteo svoltosi in occasione della XXI Giornata della memoria e dell’impegno, ricorrenza annuale che l’Associazione Libera celebra in ricordo delle vittime innocenti delle mafie: madri, padri, fratelli, figli, esseri umani strappati prematuramente alla vita, stroncati dalla furia di quella “montagna di merda” che da tempi immemori affligge il nostro Paese.

Così, come ogni 21 marzo, anche quest’anno si sente il bisogno di ricordare i martiri cui si deve la dignità del nostro Paese: poco dopo le 9, Locri è invasa da decine di migliaia di studenti e comuni cittadini. L’aria che si respira è solenne, il sole picchia forte, il cammino è lungo, ma la volontà è comune: cancellare, con una reazione ferma e decisa – nel nome della legalità-, la vergognosa ombra di quel “Don Ciotti sbirro” apparso sui muri cittadini negli ultimi giorni.

Ed è proprio lui, lo “sbirro”, a prendere la parola alla fine del corteo: il suo è un appello accorato, pieno della dignità e della risolutezza di chi sa di combattere per la giustizia.

E’ soprattutto alle classi politiche che si rivolge: “La politica è etica. Una politica asservita al potere ruba speranza. Ci sono quelli che non lo hanno capito, ma non si può sempre aspettare che sia la magistratura a beccare i politici collusi o corrotti, sappiate fare le selezioni”. Le sue parole, ferme e decise, squarciano ogni velo d’omertà: solenne e pacato, chiede di approvare il codice antimafia; di sostenere l’Agenzia dei beni confiscati; di completare le leggi sui testimoni di giustizia e sulle vittime di mafia.

Quelle di Don Ciotti sono parole dure, difficili, spesso interrotte da lunghi applausi irrequieti. Ma è solo quando si legge l’elenco delle 950 vittime di mafia sulla piazza scende il silenzio.

Tra questi, c’è anche lui, l’innocente “adottato” dalla nostra scuola (presente, con una piccola rappresentanza, alla manifestazione): Fortunato Correale, 41 anni nel 1995, tre figli, una moglie e sette proiettili per ammazzarlo. Fortunato aveva visto e non aveva taciuto: fortuitamente testimone di un atto intimidatorio di stampo mafioso, aveva raccontato quanto visto alla polizia. E, allora, si era deciso di tappargli la bocca per sempre.

Fortunato se n’è andato presto, portato via ingiustamente come tanti altri: morti che fanno rabbia, che smuovono le coscienze, che fanno porre domande a cui non c’è risposta.

Sono morti che scalfiscono il muro: quello dei silenzi, dell’omertà, della paura, dell’illegalità. Morti che fanno scendere in piazza, che fanno urlare e che fanno puntare i piedi. Perché l’Italia giusta, quella dei buoni valori e dell’onestà, non ne può più.

E allora, finché qualcuno avrà il coraggio di dire “io non ci sto”, Fortunato e i tanti come lui non saranno morti invano. E il muro, quasi senza accorgersene, un bel giorno finirà in pezzi.

Chiara Roverati, III A

Oggi siamo tutti sbirri